Introduzione

Il ricordo delle radici in tutto quanto sto per scrivere sul mio lavoro come pittrice, ritorna agli anni della adolescenza, quando passavo molto del mio tempo libero a disegnare – in gran parte a disegnare visi di donna immaginati, più tardi riconosciuti come ‘ideali’ di quello che io avrei in realtà voluto essere.

La consapevolezza crebbe abbastanza presto nel tempo (non tanto sul mio ideale di donna, quanto sul piacere di disegnare), dapprima alle lezioni di Maria Dal Conte alla Scuola Superiore; poi con l’insegnamento di Liliana Barbieri, pittrice diplomata all’Accademia di Brera; in seguito  con la conoscenza della Professoressa di Storia dell’Arte Rossana Bossaglia.

In seguito’ – qui – vuol dire: dopo una totale immersione nelle profondità di una esperienza coinvolgente all’Università Bocconi di Milano, come studentessa di Lingue e Letterature Straniere, in particolare di Inglese – esperienza che schiuse la mia percezione a nuove culture e nuovi mondi.

Ben presto, dopo la mia laurea, l’impatto fra le due attività – da un lato la pittura; dall’altro  gli studi dell’Inglese, della Linguistica Applicata e delle Scienze dell’ Educazione (ero diventata insegnante nel frattempo) – divenne inestricabile.

L’esito fondamentale e specifico che derivò dall’impatto fu l’interesse profondo  rivolto alle elaborazioni della mente e ai modi di espressione che ne derivano – sia nell’uso della parola, sia con altri segni -  nella ricerca, come insegnante, di metodi e mezzi che ne rendessero esplicite le connessioni.

In “Pensiero e Parola” (1934), lo Psicologo Russo L.S. Vygotskij scriveva:

“Il nostro parlare quotidiano oscilla in modo continuo fra un ideale di armonia matematica e un ideale di armonia immaginativa.”

Questa affermazione divenne una prima pietra miliare nella mia ricerca. Di qui venne l’idea che le complessità del nostro essere, il nostro relazionarci al mondo e alla vita molto dipendano – insieme con altre cause interiori ed esterne – dalla nostra inclinazione verso uno dei due poli e dalla tensione che possiamo in vario modo sentire verso una sintesi, una forma ultima di ‘armonia delle armonie’.

L’idea di un dualismo nella mente divenne, per me, la spiegazione di due tendenze che si andavano istintivamente evolvendo nella mia pittura, nell’uso di due tecniche  che non ho mai, in realtà, visto in contrasto fra loro, ma che vedo – a tutt’ oggi - piuttosto  come due espressioni – come ho scritto altrove – della natura multiforme che è in ciascuno di noi. [La Rosa Metafisica, 1996 - Ricordando il fiore di Loto, 1997].

Una delle due tecniche mi sembra derivi da un atteggiamento in prevalenza ‘filosofico’, basato sulla percezione distinta, ‘a priori’, di una intuizione di pensiero e emozione la cui realizzazione diventa una sua ‘mediata’ espressione.

L’altra è più direttamente ‘immaginativa’ nel cercare di trattenere l’intuizione di pensiero e emozione nel suo ‘immediato’ schiudersi nell’amalgama dei colori fluidi, che richiedono un coinvolgimento istantaneo, in un simultaneo rapportarsi al Caso, in un drammatico impatto col Caos.

Poi, un giorno, nasce un quadro che – in una ninfea che fiorisce su onde di viola, di verde e di oro, o in un fiore di Loto, o nel fascino di una forma geometrica: una sfera o un triangolo che splende nella sua pura foglia d’oro – sembra realizzare la sintesi [La ninfea Pre – Raffaellita, 1990 - L’Albero della Conoscenza e della Vita, 1978]

Mi sembra vi sia, in ogni caso, un ulteriore tratto unificante fra le due tendenze. Entrambe mirano, nella loro ricerca, a svelare il senso nascosto dell’esistere, del mondo che è in noi e intorno a noi, fra le coordinate di tempo e di spazio  - siano esse reali o immaginate – nell’ essenza profonda della splendida natura.

Per questo definirei la mia pittura nell’ambito della metafisica, sulla scia del grande Giorgio de Chirico, l’artista che affidò la grande tradizione al futuro [Pavia Magica, 1990 - Pavia Longobarda, 1991 - Suoni dalla Selva di Dante, 1976 - Il Palcoscenico, 1980 (In quest'ultimo quadro, le forme azzurre nello sfondo possono essere viste come personaggi: il re, la regina…)].


I Temi

I titoli dei miei primi quadri (a partire dagli anni settanta) erano:

'La Fleur du Mal'
'La Fleur de la Clarté'
Ideas
The Question
The Cave
'La Fleur de la Beauté'
The Sphere (and the pointed Arch)

Il Fiore del Male
Il Fiore della Chiarezza
Idee
L’interrogativo
La Caverna
Il Fiore della Bellezza
La Sfera (e l’arco a punta)

I Fiori erano tutti di forma immaginata, in un periodo in cui facevo riferimento a ben noti versi come mia seconda pietra miliare:

“. . .
And as imagination bodies forth
The forms of things unknown, the poet’s pen
Turns them to shapes, and gives to airy nothing
A local habitation and a name.

. . .”

William Shakespeare
A Midsummer Night’s Dream
(Act 5, sc.1)

“. . .
E come l’immaginazione genera
Forme di cose sconosciute, la penna del poeta
Le plasma e dà al niente dell’aria
Un luogo e un nome.
. . . “

William Shakespeare
Sogno di una Notte di Mezza Estate
(Atto 5, sc. 1)

In fondo si può pensare che i versi di Shakespeare possano includere il significato che altrimenti potrebbe sembrare come una mia peculiare interpretazione, a proposito di quel mio generare [Sogno di una Notte di Mezza Estate, 1981 - Danza in una notte di mezza estate, 2004 - And as imagination bodies forth…(E come l'immaginazione dà corpo…), 2007].
E’ proprio la complessità di significato, unita alla bellezza, che affida i versi di Shakespeare ai nostri tempi ed è in grado di acquisire nuove connotazioni, come quelle che potrebbero derivare dai recenti studi nel campo delle neuroscienze.

Poi venne William Blake.

L’attrazione successiva venne da 'La Rosa Malata' di William Blake e dalle 'Visioni'dello stesso poeta. (A quasi tutti i miei studenti chiesi di studiare 'La Rosa Malata' e mi pareva che piacesse) [La Rosa Malata, 1981 -Le Visioni di Blake - N. 2, 1985 - Le Visioni di Blake - N. 5, 1985 - Le Visioni di Blake - N. 6, 1985].

Vi fu poi il fascino di tutti i grandi Romantici e in seguito dei Pre-Raffaelliti, quasi tutti, come Blake, pittori e poeti. Fu il tempo dei grandi temi della Natura e di Terra’, ‘Aria’, ‘Acqua e Fuoco, visti come gli elementi fondamentali della Vita. Fu il tempo dei ‘Giardini Orientali’ e del fascino che proveniva dai lontani paesi. [Impressioni 'Gotiche' N.71 – Don Chisciotte, 1988 - Dalle antiche pitture Cinesi: Lungo il Sentiero, 1998 - Piccolo Fiore di Loto, 1999]

 

Poi venne il 20° Secolo – con le sue rivoluzioni.

Vi furono due poeti, nel 20° Secolo a cui legai due miei quadri in modo particolare. Furono: William B. Yeats e Thomas S. Eliot.
Non conoscevo la poesia di Yeats quando incominciai il disegno e poi il quadro che più tardi associai al suo nome. (Fu un lavoro che eseguii seguendo la ‘vena filosofica’). Quando, poi, lessi “I Magi”, “La Maschera”, “La Seconda Venuta”, “Verso Bisanzio”, trovai un percorso di lettura ai miei stessi significati: l’occhio della mente (di Shakespeariana memoria) conduce – attraverso un errare smarrito – a una rinascita in forma di Spiritualità, Arte e Amore, dietro quelle che concepii come la maschera gialla, la maschera bianca, la maschera scura, intese, nel mio dipinto, come sintesi del genere umano ['In My Mind's Eye' (Nell'Occhio della Mia Mente), 1997].

Il titolo di Rapsodia in una Notte di Vento (quadro nell’ambito della mia sfera ‘immaginativa’), deriva direttamente dal titolo di una delle prime poesie di T.S. Eliot che riporta al tema della mente, della ‘memoria’ – scrive il poeta – che getta ‘una folla di cose contorte’, come frammenti di passate certezze Romantiche, e al tempo stesso rivelatori della stessa inquietudine, per quanto spezzati in forme nuove.
Nel mio quadro fu l’amalgamarsi dei colori fluidi che produsse immagini che io poi riconobbi (da sinistra verso destra) come un Arlecchino drammatico, una Bella Addormentata col viso reclinato, una Russa Baba Yaga, Don Chisciotte sul suo Ronzinante, il viso del pittore Ligabue…

E’ stato di grande interesse, per me, di recente, leggere su un giornale di studi al Dipartimento del Cervello e delle Scienze Cognitive del Massachusetts Institute of Technology sulla proprietà che hanno i neuroni in una certa parte del cervello di identificare forme – con determinati contrasti di luci e ombre – come visi, anche quando non sono in realtà dei visi, come capita a noi, a volte, quando guardiamo le nuvole.

 

Infinities (Infiniti)

E’ andata crescendo nella mia mente, nel tempo, la consapevolezza degli sviluppi nelle scienze (la Biologia fra esse – forse la prima - ) e nelle tecnologie, tali da determinare rivoluzioni, all’alba del nuovo millennio, senza limiti allo sgomento e alla fascinazione.

Fu in questo clima che, un giorno, incominciai un quadro con l’idea di fiori nella mente, e alla fine mi ritrovai che le forme erano diventate cellule.
In modo simile, in altri momenti, osservando la luce del Sole e quella della Luna,
mi ritrovai istintivamente immersa in quello che è, ormai, un frequente oscillare dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, sentendo il desiderio di viaggiare, emotivamente, più in là, spingendo l’immaginazione a esplorare l’Universo [Cellule, 2004 - Le elaborazioni della Mente (neuroni e glia), 2005 - Vita di Cellule - Idea N. 1, Vita di Cellule - Idea N.4 (Sorriso), 2006 - Linfa Vitale N. 1, 2007 - Neuroni della Passione (Immaginati) – N. 3, 2007 - Neurone d’Amore (Immaginato) – N. 1, 2007].

Confesso che provai una gioia intima per il fatto che il quadro che più tardi chiamai “Infinities” incominciò nel 2001, l’anno nel titolo di “Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick.
Forse le radici di questo quadro si rifanno ai tempi della mia adolescenza, ai disegni di volti idealizzati e conservano traccia delle donne dai capelli rossi dei Pre-Raffaelliti, per quanto gli occhi, nel quadro, siano, mi sembra, aperti al futuro.

Il titolo del quadro mi fu più tardi suggerito da quella che considerai la mia terza pietra miliare: la rappresentazione che Luca Ronconi fece di “Infinities” di John D. Barrow, a Milano nel 2003.
Mi parve congeniale essere introdotta a nuove dimensioni di consapevolezza attraverso un lavoro teatrale, un opera d’Arte, per di più piacevolmente permeata da un sottile filo di ironia.

Mi sembra di percepire che gli attuali studi di fisica e di matematica siano impegnati nella ricerca di nuove cognizioni di ordine, portando a nuove dimensioni l’antica idea di un ordine basato sui fondamenti della vita (quello che io capisco di avere condiviso quando dipingevo i nominati quattro elementi) visto come minacciato dal Caos, dissolvendosi in una frammentazione di particelle e di atomi. [Il Suono del Silenzio, 2004 - Bianca Luna, 1998 - La Luna a Kerkyra, 2001 - Alba, 2005 - Ed è Subito Sera (da Salvatore Quasimodo), 2003 - Infinities (Infiniti), 2001, Big Bang immaginato - N. 3, 2007]

Lasciando agli scienziati – in una debita misura – il compito di trovare soluzioni e dimostrazioni a problemi e teorie, non posso fare a meno di sentirmi – un po’, per il momento -  perduta nel deserto di uno spazio che si espande e di un tempo che arretra, sentendo la meraviglia per il mistero che i Romantici attribuivano all’ignoto, contendere con la meraviglia, ora, di quanto le scienze vanno svelando.
Nel frattempo, tuttavia, poiché sento l’urgenza di trasferire alla mia pittura il senso di questo incanto, cerco i miei percorsi affidandomi, in grande misura, nelle realizzazioni, alla emozione che viene, per esempio, dallo splendore e dal fascino dell’oro, in tutte le sue possibili composizioni – principalmente in forma liquida e in foglia pura.

 



Un altro aspetto dei tempi interessante, forse un’altra prospettiva nella ricerca di ordine, di un’ ultima sintesi (o ‘armonia delle armonie’, come dicevo), si può attribuire alla identificazione che è profondamente sentita oggi, (basata sui grandi esempi di scienziati/artisti nel passato, su realizzazioni con i nuovi strumenti – il computer, in particolare – e, per di più, nella ricerca della ‘bellezza’ insita nella teoria), delle Scienze – della Matematica in particolare – con l’Arte.

L’ intuizione, ancora una volta, qui, può percepire la sintesi, ed è per me illuminante, questa volta, rivolgermi a un poeta Romantico, a quella che, forse, potrebbe essere una ulteriore, ‘comprensiva’ pietra miliare: mi riferisco ai versi di John Keats che chiudono la sua “Ode on a Grecian Urn”  (“Ode su un’ Urna Greca”), così citati oggi, anche duramente messi in discussione (da Eliot, per esempio), a me perfettamente chiari all’interno della logica della Poesia:

“. . .
‘Beauty is truth, truth beauty’ – that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.”

(“. . .
‘Bellezza è verità, verità è bellezza’ – è tutto quanto
Tu, in questa terra, sai e quanto ti è necessario sapere.”)


Marisa Mezzadra

Milano, 10-12-2007